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Fase 2, Santaroni: “Il virus non sparirà, sarà una lunga convivenza”

Fase 2, Santaroni: “Il virus non sparirà, sarà una lunga convivenza”

Intervista al Direttore Generale dell’Ospedale San Giovanni Battista di Roma

Individuare Covid Hospital e riaprire gli ospedali per tutte le altre patologie. Questa l’urgenza per Anna Paola Santaroni, Direttore Generale dell’Ospedale San Giovanni Battista di Roma.

Dottoressa Santaroni, in vista di una prossima Fase 2, quali accortezze dovremo mantenere per evitare l’insorgere di nuovi focolai?

Sicuramente dovremo riaprire, ma dovremo anche tenere a mente che il virus non sparirà di certo a breve. Quella che si prospetta è una lunga convivenza con il Covid-19. Dovremmo quindi contiuare a mantenere determinati comportamenti, a cominciare dal distanziamento sociale, evitare raggruppamenti di persone, assembramenti. Ridurre così quanto più possibile il rischio di nuovi contagi.

E sull’uso di mascherine, pensa sarà obbligatorio?

Credo che il loro utilizzo debba essere obbligatorio, specie in alcuni contesti. Certo le Regioni dovranno organizzarsi per una loro distribuzione. E’ impensabile, infatti, sia imporre un obbligo se vi sono difficoltà nel reperirle, sia se le persone si vedono costrette a pagare prezzi davvero esorbitanti per acquistarle. La Protezione Civile ultimamente è riuscita a reperirne molte, ci vuole un coordinamento nazionale che coinvolga Regioni e Comuni per rifornire il più possibile la cittadinanza.

Dovremo anche aumentare il numero di tamponi?

Sicuramente dovrà aumentare il numero di tamponi, ma dovremo soprattutto riuscire a sottoporre le testone a test sierologici, appena questi verranno validati dall’autorità scientifiche.

Parlando del futuro del Ssn, come si dovrà organizzare nel post Covid?

Per la sanità, io ho idee molto chiare: non possiamo continuare a paralizzare tutto il comparto come in questi ultimi due mesi. I tumori, le patologie cardiache, gli ictus…tutto questo non si ferma a causa dell’epidemia di Covid-19. E, di conseguenza, l’intera sanità deve tornare a farsi pienamente carico dell’assistenza di queste persone. In sintesi potremmo dire che gli ospedali devono tornare a fare gli ospedali. Ad esempio, nella struttura dove lavoro ho riaperto. Ovviamente facendo filtro per proteggere operatori e malati, ma le persone devono poter essere curate, e non solo per il Covid-19.

Cosa suggerisce in questo senso?

Vanno istituiti dei Centri Covid, ogni Regione e grande città deve poter contare su dei veri e propri Covid Hospital dedicati a questa patologia. E poi sarà di primaria importanza riaprire gli ospedali con tutti i normali percorsi, dal Pronto Soccorso a tutte le altre specialità. Nell’emergenza tutto è giustificato, ma in vista di una ipotetica seconda ondata, stavolta dovremo farci trovare preparati, sia per quanto riguarda gli approvvigionamento sia sotto il profilo dell’organizzazione, senza più dover chiudere interi ospedali.

A suo parere dovremo in questo senso implementare anche il territorio?

Il problema vero è che i medici di famiglia hanno cercato di fare quello che potevano. Adesso bisogna strutturare anche una risposta territoriale. Bisogna potenziare e preparare le risposte del territorio, ma prima di tutto dovremmo aiutare e garantire la sicurezza ai medici di famiglia.

Il regionalismo può essere un limite in un contesto di pandemia come quello attuale?

La pandemia è mondiale, le scelte organizzative dovrebbero avere filo conduttore nazionale. Ogni regione in base alla tipologia dei proprio cittadini ha delle peculiarità. Però, forse, quando ci troviamo di fronte ad epidemie di questa portata, una linea guida nazionale potrebbe essere utile e facilitare a noi tecnici le decisioni da prendere.

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Coronavirus, Bove “Fase 2? Cultura della sterilità, attenzione all’igiene personale, utilizzo di mascherine”

Coronavirus, Bove “Fase 2? Cultura della sterilità, attenzione all’igiene personale, utilizzo di mascherine”

Il Primario Reparto di Chirurgia Ortopedica Istituto Neurotraumatologico Italiano “Fondamentale continuare a rispettare le norme”

Cultura della sterilità, attenzione all’igiene personale, utilizzo di mascherine e protezione dei luoghi di lavoro. Queste per Francesco Bove, Primario Reparto di Chirurgia Ortopedica Istituto Neurotraumatologico Italiano di Grottaferrata, le premesse necessarie per affrontare la Fase 2 legata all’epidemia di Covid-19. Oltre a questo, nel dopo emergenza, andrà rivista anche l’organizzazione dello stesso Sistema sanitario nazionale, a partire dalla formazione.

Professor Bove, si avvicina il 3 maggio, data di scadenza delle misure restrittive, e si parla con sempre più insistenza di Fase 2. Come possiamo immaginarla?

Per quanto riguarda la ripresa delle attività produttive già si è detto tanto, si dovrà continuare a porre molta attenzione al distanziamento sociale, così come all’uso di Dispositivi di protezione individuale. Io sono favorevole all’uso di mascherine. Non capisco questa battaglia sterile sull’importanza o meno del loro utilizzo. Sono necessarie per preservare gli altri e per difenderci.

Questo è anche un problema di cultura dal momento che non eravamo abituati a questo distanziamento sociale né al ricorso a DPI.

Dovremo continuare ad avere un grande senso di responsabilità nell’osservazione di queste norme. Tutti devono sapere che è necessario porre molta attenzione all’igiene, a prescindere dalle pandemie, a tutela della salute personale e comunitaria. Questo tema dovrebbe rientrare anche nei futuri programmi di formazione scolastica. Altro aspetto importante è quello delle visite dei parenti in ospedale. Questa è una norma anti igenica della portata incredibile.

Un comportamento che può mettere a rischio la salute di soggetti più fragili, viene in mente anche quanto accaduto nelle RSA.

Certo, abbiamo visto nelle RSA quello che può accadere. L’usanza italiana di andare a trovare i malati in ospedale, è una mancanza di rispetto per il malato stesso. C’è un problema culturale importante. Non a caso, anche l’Oms si è concentrata sulla semplicità di alcuni messaggi sull’importanza di norme basilari di igiene personale. Alla stessa maniera, è importante anche limitare questi comportamenti e usanze spesso radicate nella nostra cultura. Gli ospedali possono diventare pericolosi focolai. Sulle RSA, invece, il discorso è un po’ diverso.

Cosa intende?

Queste strutture non hanno personale altamente specializzato. Sono per lo più luoghi di aggregazione. E’ ovvio che in contesti di questo genere, con ospiti fragili e di età avanzata, basti una piccola scintilla per far scattare scenari pericolosi. Ci vuole una cultura della sterilità. Anche usare i guanti può essere pericoloso se non fatto correttamente. Allo stesso modo, bisogna capire come indossare correttamente le mascherine, altrimenti anche queste diventano inutili.

E sui test sierologici?

Dobbiamo poter contare su test sierologici attendibili. Questi saranno necessari per realizzare studi di sieroprevalenza. Solo così potremmo avere un’idea più precisa della reale circolazione del virus nel Paese negli ultimi mesi. Altro elemento importante sarà poi un sistema di tracciamenti per un intervento tempestivo sul territorio laddove necessario. Ci vorrà più di un anno prima di poter disporre di un vaccino.

Una volta conclusa l’emergenza, come dovrà organizzarsi il Ssn nel post Covid?

Ad oggi abbiamo sospeso e rimandato interventi non urgenti. In Fase 2 bisognerà creare percorsi intermedi, riprendendo in mano tanti interventi messi da parte in quest’ultimo periodo. Ma l’insegnamento principale che dobbiamo trarre da questa esperienza è l’importanza di investire nel Servizio sanitario nazionale. Ad oggi abbiamo anche un livello di spesa in rapporto al Pil tra i più bassi d’Europa. Potremmo poi sfruttare maggiormente anche il privato. Anche questa può essere una risorsa aggiuntiva per il Ssn.

In che modo?

Il pubblico si potrebbe occupare delle garanzie più importanti per il cittadino come l’emergenza e le grandi patologie: da quelle infettive alla grande chirurgia oncologica e grande chirurgia dei trapianti, fino ai grandi traumi. Il privato, invece, potrebbe occuparsi della parte elettiva, quella programmabile. Il privato rappresenta un costo fisso che non va incontro a deficit, e questo alleggerisce molto il mercato. Questo prestazioni elettive sono programmabili e potrebbero essere un’opportunità per liberare le liste d’attesa. C’è poi da affrontare il tema legato alla formazione.

Anche questa andrebbe modificata?

Basti dire che in Germania gli infermieri intubano i malati eseguendo un lavoro altamente specializzato. Noi abbiamo invece inseguito una formazione di tipo scolastico. In questa fase pensi come potevano essere utili infermieri che intubano. Un solo anestesista avrebbe potuto così governare 4 o 5 sale operatorie. Sarà poi necessario porre una maggiore attenzione ad un’adattabilità delle strutture. In Germania avevano una dotazione di partenza di 28.000 posti letto di terapia intensiva. Da noi siamo partiti con poco più di 5.000 posti. Reversibilità significa far funzionare determinati posti anche per altro, quando non saranno più necessari determinate finalità, facendosi però trovare pronti in caso di emergenza. Serve poi un cambiamento culturale che veda i medici migliori in prima linea.

Si spieghi meglio.

Dobbiamo riportare la centralità del medico nel sistema. La sanità si è troppo concentrata negli ospedali e si è abbandonato il territorio. Negli ospedali ci si cura, ma l’epidemiologia si fa sul territorio. Anche lì ci vuole una rivoluzione, il medico di base è sottostimato. Questo è uno dei tanti problema che dovrà essere affrontato. Dobbiamo far sì che le opinioni degli esperti tornino a contare. Ad oggi troppe decisioni sono prese solo per interessi di tipo politico e non tecnico.

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Coronavirus. Confcultura chiede alla FIIS un prontuario di sicurezza sanitaria per i musei

Coronavirus. Confcultura chiede alla FIIS un prontuario di sicurezza sanitaria per i musei

Presidente Asproni: "Per la riapertura abbiamo bisogno di linee guida per offrire ad operatori e visitatori luoghi d'arte sicuri"

“Quello che ci aspetta è un cambiamento epocale.” Ne è convinta Patrizia Asproni, presidente di Confcultura, associazione che rappresenta le industrie del settore culturale. Per aiutare i musei italiani ad affrontare la sfida della riapertura nella fase 2 dell’emergenza Coronavirus ha chiesto alla Fondazione Italia in Salute l’elaborazione di un “prontuario di sicurezza sanitaria”, per permettere sia agli operatori che ai visitatori di usufruire degli spazi dell’arte in totale tutela .

Presidente Asproni, da dove nasce l’esigenza di un prontuario?
Confcultura rappresenta le imprese che operano nel settore dei beni culturali, molte delle quali gestiscono la vasta gamma dei servizi all’interno dei musei: siamo il front office per il pubblico, il contatto, anche fisico con i visitatori. Parliamo delle biglietterie, dei bookshop delle visite guidate ,del guardaroba e in alcuni casi anche della caffetteria e ristorazione. Una molteplicità variegata che ha necessità di linee guida semplici e chiare per orientare il personale e l’utenza, quando i musei riapriranno.

Perchè avete deciso di rivolgervi a Fondazione Italia in Salute?
La missione della Fondazione è quella di fronteggiare le grandi emergenze ed è in prima linea nella task force del Governo per contrastare il Coronavirus: ha autorevolezza ed è super partes. Chi meglio?

Il prontuario vuole avere un respiro nazionale?
Sì, la nostra idea è proprio quella di condividerlo con il governo per collaborare ed offrire soluzioni condivise.

Quando i musei riapriranno non potranno farlo come prima della pandemia Covid-19.
No, per questo servono linee guida: quale saranno le regole cui i visitatori dovranno attenersi ? Si dovrà sicuramente mantenere la distanza tra le persone, ma quale è la densità per metro quadro affinché il pubblico si possa muovere in maniera sicura per se è per gli altri all’interno degli spazi Museali? Quale sarà la frequenza di sanificazione degli spazi ? Andranno sanificati anche i metal detector o non importa? Come organizzare le biglietterie? E i bagni?
Ci servono linee guida generali e suggerimenti, che poi ogni museo calerà nella propria realtà : ad esempio, gli Uffizi, che avevano anche 10 mila visitatori al giorno, avranno necessità e applicazioni diverse da dimore come Palazzo Davanzati o da strutture open space come il Museo Marino a Marini .Un altro caso ancora sono i siti archeologici che hanno biglietterie al chiuso ma grandi spazi fruibili all’aperto.

Come potranno convivere i musei con le misure anti il Coronavirus?
Sarà un cambiamento epocale, una sfida soprattutto dal punto di vista del re-design: i nostri musei sono collezioni stratificate nei secoli, dovranno mantenere il sapore del tempo e nello stesso tempo garantire visite in sicurezza. Sarà un cambiamento anche per la tipologia dei turisti e la fruizione dei musei: non ci potranno più essere le “truppe cammellate” che entrano nei musei con la pretesa di vedere tutto in poco tempo. È tempo per recuperare una dimensione da “slow Museum” , un godimento delle opere d’arte realmente immersivo . E in tutta sicurezza.

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Coronavirus, Fondazione Italia in Salute a Conte: “Chi risarcirà i 17mila medici contagiati? Serve subito un fondo ad hoc”

FIIS a Conte: “Chi risarcirà i 17mila medici contagiati? Serve subito un fondo ad hoc”

Il presidente Gelli: "Serve inoltre una nuova norma per tutelare gli operatori sanitari che rischiano la propria vita nell'emergenza"

“Ad oggi contiamo 16.991 gli operatori sanitari contagiati (fonte ISS) e, solo tra i medici 143 decessi a causa dell’epidemia di Covid-19. Nel Decreto Cura Italia approvato in Senato, è stato inserito un Fondo di solidarietà con una dotazione iniziale di 10 milioni di euro per medici, infermieri ed operatori socio sanitari vittime del nuovo coronavirus. Ma questo non basta. Il Governo istituisca un Fondo ad hoc, con risorse extra SSN, per gli indennizzi di quegli operatori sanitari rimasti sul campo o comunque colpiti dal Covid-19 nello svolgimento del loro lavoro”. Questo l’appello lanciato da Federico Gelli, presidente della Fondazione Italia in Salute che ha deciso di scrivere al presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

“Accanto a questo, resta poi la necessità di una norma che tuteli quegli operatori sanitari che stanno mettendo a rischio le loro vite per salvare quelle dei cittadini. Non dobbiamo poi dimenticare le Aziende sanitarie, con l’obiettivo di salvaguardare la futura sostenibilità della sanità pubblica. Il Covid-19 ci ha posto di fronte ad un’epidemia del tutto nuova che ha fatto saltare gli schemi della responsabilità professionale dettati dalla legge 24/2017. In questa emergenza non si può infatti tener conto di linee guida o buone pratiche che possano fungere da stabile parametro di valutazione dell’impegno di cura e di una responsabile presa in carico dei pazienti. Quest’emergenza scompagina ogni organizzazione, costringendola ad inseguire urgenze che stentano a consolidarsi in esperienze o in regole. E tra questi contorni mobili la caccia al responsabile rischia di diventare, negli attuali scenari di crisi economica, un esercizio sin troppo facile, di cui proprio non sente il bisogno e che anzi rischia di sfiduciare coloro i quali andrebbero invece sostenuti in questa terribile sfida”.

“Serve subito una norma, dunque, che dia un segnale e che sappia trattare questa emergenza come tale, fornendo strumenti idonei a risolvere le straordinarie criticità proprie di una crisi sanitaria mondiale senza precedenti. Strutture sanitarie e operatori soffrono ed hanno sofferto, e meritano di esser difese insieme, per consentir loro di continuare a garantire, anche per il futuro, la sostenibilità del sistema salute. Allo stesso tempo va però affermato con la stessa chiarezza che la responsabilità, quando seria, non potrà essere emendata da nessuno, neppure da una norma. Ma il sostegno sociale che si va cercando non può essere trovato (solo) nella via dei risarcimenti e dei contenziosi, ma soprattutto in quella della solidarietà.”

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Coronavirus, FIIS scrive al Governo: “Ora nuova legge su responsabilità medici durante l’emergenza”

Coronavirus, FIIS scrive al Governo: “Ora nuova legge su responsabilità medici durante l'emergenza”

Il presidente Gelli: “Il coraggio di chi mette in gioco la propria vita deve essere tutelato”

“Il presente scenario di crisi legato alla diffusione del Coronavirus, specie in alcune zone del nostro Paese, impone la necessità di un nuovo modello di responsabilità sanitaria che sappia rispondere in maniera adeguata all’emergenza in atto. Il coraggio di chi mette in gioco la propria vita deve essere plaudito e tutelato. Per questo, insieme a Federsanità e Fiaso, abbiamo proposto ai ministri Speranza e Bonafede una nuova regola che, in termini netti, calibri e limiti la responsabilità civile e penale di coloro i quali, responsabilmente, fronteggiano la presente drammatica emergenza”.

Questa proposta, annunciata da Federico Gelli, presidente della Fondazione Italia in Salute, è stata inviata in una lettera lo scorso 21 marzo ai ministri di Giustizia e Saute, rispettivamente Roberto Speranza e Alfonso Bonafede.

“E’ il concetto stesso di emergenza, mai come adesso invocabile, a marcare la differenza, rendendo oltremodo difficili anche le cose facili e ponendo in perfetta connessione la colpa grave, e la regola di responsabilità prevista dell’operatore sanitario, con le difficoltà endemiche di una urgenza terapeutica che, nel caso del Covid 19, a tutt’oggi neppure conosce coordinate certe”, spiega Gelli.

“Nella nostra proposta si è così introdotto il limite della colpa grave, intendendosi per tale non un riferimento astratto ma (solo ed unicamente) la macroscopica e ingiustificata violazione dei principi basilari che regolano la professione sanitaria o dei protocolli o programmi emergenziali eventualmente predisposti per fronteggiare la situazione emergenziale. Inoltre, al fine di valorizzare le particolari anomalie riconducibili all’emergenza si è prevista la necessità di tener conto della grave ed eventuale sproporzione tra le risorse umane e materiali disponibili e il numero di pazienti su cui è necessario intervenire (ove non previamente e tempestivamente ovviabile). Così pure del carattere eterogeneo della prestazione svolta in emergenza rispetto al livello di esperienza e di specializzazione del singolo operatore”, conclude il presidente della Fondazione Italia in Salute.

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Cura Italia, Federico Gelli: “Si trovi spazio anche per incremento contratti specializzazione e moratoria responsabilità civile e penale degli esercenti professioni sanitarie”

Coronavirus, Federico Gelli: “Spazio anche per incremento contratti specializzazione e moratoria responsabilità”

Il Presidente della FIIS interviene sul Decreto Cura Italia

“In questo momento di emergenza il Governo torna a far sentire la sua presenza con un sostegno concreto per il sistema sanitario, le famiglie e le imprese. Con il decreto ‘Cura Italia’ il Fondo sanitario nazionale viene incrementato di 1,410 miliardi. Altri 1,610 miliardi andranno invece a potenziare il fondo per le emergenze nazionali in capo alla Protezione civile”. Così Federico Gelli, presidente della Fondazione Italia in Salute, commenta il nuovo decreto del Governo.

“Moltissimi gli interventi definiti per il potenziamento della sanità che vanno ad aggiungersi a quelli già previsti dal Decreto legge del 9 marzo scorso, che includevano norme specifiche per l’arruolamento di medici e personale sanitario, con assunzioni di specializzandi e incarichi di lavoro autonomo e a tempo determinato nel Ssn e richiamo di medici e infermieri in pensione, reclutamento di medici di medicina generale e pediatri, incremento delle ore di specialistica ambulatoriale”. “Nel Cura Italia vengono poi stanziati 250 milioni per gli straordinari, oltre alla possibilità per Asl e ospedali di trattenere in servizio il personale prossimo alla pensione. Previsto poi – prosegue – il potenziamento dei posti letto in Terapia intensiva, pneumologia e malattie infettive anche ricorrendo al privato, requisizione di spazi per la creazione di aree sanitarie temporanee, incentivi per la produzione di dispositivi medici, requisizione di presidi sanitari e medico chirurgici e anche di strutture alberghiere e similari per ospitare persone in sorveglianza sanitaria. Prevista inoltre la laurea abilitante per medicina”, prosegue Gelli.

“Ora tempi stretti in Parlamento per la conversione in legge del provvedimento. Spero però – conclude Gelli – che nella fase emendativa si trovi spazio per due importanti provvedimenti rimasti fuori: un incremento dei contratti di specializzazione, in modo da evitare di trovarci anche per il futuro in condizioni di grave carenza di personale; e, soprattutto, la previsione di una moratoria riguardo la responsabilità civile e penale degli esercenti le professioni sanitarie valida per questo periodo di emergenza. In una prospettiva legata alla colpa, la responsabilità dovrebbe essere sempre esclusa in casi emergenziali che impongono agli operatori di lavorare sotto stress, in condizioni di sicurezza non sempre garantite e con orari di lavoro ben al di là della norma”, conclude Gelli.

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