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Coronavirus. La responsabilità nell’emergenza: Non scudi, ma regole

Coronavirus. La responsabilità nell’emergenza: Non scudi, ma regole

L'intervento dell'avvocato Maurizio Hazan della FIIS e del noto penalista Luigi Isolabella

Occorre miglior coesione e comunione di intenti. E’ il tempo dell’unione e non delle divisioni. E tantomeno della retorica. E’ il tempo di mettere in sicurezza il nostro Sistema Sanitario, sostenendolo nel suo insieme e sorreggendolo nella sfida più dura e dolorosa che la storia moderna, in tempo di pace, abbia mai conosciuto. Il Covid, sfuggente ed ancora poco decifrato, non conosce linee guida o buone pratiche alle quali commisurare la diligente presa in carico dei singoli pazienti da parte degli operatori della sanità. Ma anche sul (prioritario) versante della sicurezza delle cure e della gestione del rischio, non vi è dubbio che questa emergenza abbia scompaginato tutte le organizzazioni, costringendole ad inseguire urgenze che solo il tempo potrà trasformare in esperienze, prima, ed in regole, poi.

Entro questi confini mobili sarà facile trovare pertugi accusatori, attraverso i quali utilizzare la leva della responsabilità come sistematico surrogato di altri e diversi rimedi solidaristici: di fronte ad un tessuto sociale che uscirà da questa crisi certamente provato, la caccia al responsabile rischia di diventare un esercizio sin troppo facile, ma estremamente pericoloso, perché idoneo a minare, oltre che la sostenibilità del sistema sanitario, la fiducia di chi, tutti i giorni, ha messo in gioco sé stesso per fronteggiare un avversario sfuggente e molto più forte di quanto si potesse prevedere. Qualcosa può certamente non aver funzionato. Col senno di poi è facile dire che si sarebbe potuto/dovuto fare meglio: ma guardando con onestà ai limiti connaturati al nostro agire collettivo, individuale, pubblico e privato, non può non prendersi atto di quanto questa pandemia abbia stravolto l’intero globo terraqueo, mettendo in ginocchio sistemi che ci additavano come untori e si dichiaravano pronti a reggere, meglio di noil’urto del Covid.
Questo non significa essere fatalisti né tantomeno immaginare un sistema che, a fronte della gravità del momento, debba vivere di una propria immunità giuridica, ed andare sempre e comunque esente da censure. Non sia mai.

Per questo, parlare di “scudo” è esercizio improvvido, semanticamente e letteralmente. Non è di uno scudo quello di cui si ha bisogno. Ma di regole: di regole calzanti ed adeguate allo stato attuale di un’emergenza che, lo abbiamo detto più volte, rende difficile e complesso anche quel che è facile e che abbatte le normali capacità di risposta anche per patologie diverse dal Covid, a fronte dello scompaginamento delle tradizionali modalità e priorità di intervento.  Regole, dunque. E non scudi. L’ipotesi, da taluno ventilata, di una limitazione delle responsabilità civili al solo caso di dolo paiono davvero stare e cadere con le loro premesse, non essendo immaginabile che le gravi colpe rimangano impunite.  Il problema sta semmai nell’esigenza di fare uscire il concetto di colpa grave dalle coltri di una discrezionalità giurisprudenziale che talvolta potrebbe rischiare di trasmodare in arbitrio. E che oggi più che mai dovremmo evitare, accogliendo con favore la possibilità – finalmente- di circostanziare, nei limiti del possibile, quella colpa grave che costituisce, del resto, misura e paradigma di quel che proprio -anche in emergenza- “non si può fare”, se non pagandone le conseguenze.

Un duplice paradosso pone poi, oggi, con evidenza schiacciante,la sostanzialità del problema e l’assoluta esigenza di porvi rimedio. In primo luogo, gli importanti parametri che il nostro legislatore (legge “Gelli”) ha recentemente elaborato per limitare la responsabilità degli esercenti la professione sanitaria alla categoria della colpa grave -la conformità della condotta terapeutica alle linee guida o alle buone pratiche cliniche- sono, di fatto,inapplicabili in una situazione emergenziale caratterizzata, come quella attuale, dall’esigenza di intervenire su una malattia assolutamente nuova in un contesto di “stravolgimento” operativoe organizzativo che impatta su tutti i settori e su tutti i livelli del mondo sanitario.

La conseguenza è che, venuto meno il riferimento a tali parametri,i criteri con i quali sarà valutata, la responsabilità del curante che opera nel contesto emergenziale rischiano, per assurdo, di rivelarsi più severi -e caratterizzati da maggiore e non controllabilediscrezionalità- rispetto a quelli applicabili nei riguardi di chi ha agito in un contesto ordinario. Infatti, mentre nella normalitàl’operatore sanitario risponde sostanzialmente solo per colpa graveove dimostri di aver seguito le linee guida o di aver agito seguendo le buone pratiche mediche, nell’attuale contesto emergenziale, non esistendo reali parametri esperienziali sui quali potersi attestare, l’operatore potrebbe essere chiamato a rispondere per colpa lieve -anche ove abbia agito dando tutto se stesso, molto spesso fuori dal proprio ambito specialistico, rischiando la vita, consumandosi in turni estremi, salvando decine di vite umane- “solo” per il fatto di non essere, magari, riuscito a modulare in termini perfettamente adeguati l’ossigeno di uno dei 100 pazientiin relazione ai quali, in quello stesso, momento doveva garantire la massima e costante attenzione.

E’ opportuno sottolineare che tale maggior severità punitiva non costituisce il frutto di una ponderata riflessione normativa finalizzata all’irreale pretesa di una maggiore attenzione, ma rappresenta -molto più semplicemente- la conseguenza non voluta,non prevista e in realtà non prevedibile di un buco normativo o, meglio, dell’applicazione di una previsione normativa -l’art. 590 sexies c.p.- che, per quanto valida, mal si concilia con un’ipotesi emergenziale come quella che stiamo vivendo. Così, ai tanto declamati eroi che ogni minuto rischiano la loro vita per salvare le nostre, l’ordinamento riserva, invece di un regime di responsabilità commisurato alla drammaticità del contesto in cui operano e alla novità e difficoltà dell’oggetto che devono affrontare, un trattamento ingiustificatamente più severo. Non solo! Oltre ad essere schiacciato da questo assurdo e del tutto squilibrato debito di responsabilità, il comparto sanitario (intesocome categoria generale, dal direttore generale al singolo operatore) è molto spesso chiamato ad operare senza nemmenodisporre degli adeguati strumenti di protezione individuale.

Ma il vero problema è che al primo paradosso se ne concatena un secondo, che -di fatto- manda in corto circuito tutto il sistema, paralizzandolo. Mentre chi gestisce in prima linea la cura è ben consapevoledell’insostenibile peso di responsabilità che si ammassa ogni giorno sulle sue spalle, molti addetti ai lavori sul versante giuridico negano il problema, proclamando l’assoluta adeguatezza del sistema vigente. Alcuni interventi pubblici di esperti del settore hanno sottolineato, infatti, la superfluità di un intervento normativo ad hoc volto aridefinire i confini della responsabilità professionale alla luce del contesto emergenziale, sostenendo che i criteri di recente formulazione legislativa siano più che sufficienti per garantire la tutela di chi si occupa della cura dei pazienti. All’obiezione che il rispetto delle linee guida e l’osservanza delle buone pratiche mediche rappresentino, oggi, parametri irrealistici e ben difficilmente applicabili rispetto all’assoluta unicità del contestoin cui gli operatori sono costretti a lavorare, gli stessi esperti controbattono che, comunque, il Giudice dispone di tutti gli strumenti per commisurare la valutazione della condotta del medico alla peculiarità del contesto emergenziale (ricorrendo, sul punto, ad analogie forzate con emergenze -disastri ferroviari, sismici o terroristici- che, pur nella loro indubbia drammaticità, nulla hanno a che vedere, in termini di impatto sul sistema sanitario, con la situazione attuale).

Ora, anche noi siamo convinti che, pur senza poter applicare il richiamo a linee guida oggi inesistenti, vi siano spazi solidi di difesa, a fronte di attacchi che non tengano in adeguato delle straordinarie specificità della presente crisi emergenziale: straordinarie specificità che potrebbero indurre a mitigare o ad escludere ogni addebito di responsabilità in applicazione di una illuminata lettura anche dell’art. 2236 c.c., valorizzandone lelimitazioni al filtro di questa impellente e poco governabile urgenza che rende difficili anche le attività più semplici (Css. Pen. Sez. IV, n. 24528/2014)
Ma per quanto questo possa essere sostenuto, a livello di principio generale, riteniamo non sia questa la strada da seguire.
Proprio nel momento più difficile per tutte le categorie professionali del mondo della sanità (lo si ribadisce, dai vertici delle strutture ai singoli operatori), l’accertamento della responsabilità dovrebbe essere affidato a criteri tassativi e univoci finalizzati a limitare la discrezionalità -o meglio l’arbitrio- del giudicante, senza riconsegnare all’interprete la piena e indisturbata signoria nella definizione del fatto colposo.

Il principio di legalità non è il capriccio di un giurista nostalgico,ma piuttosto la struttura portante di tutto il nostro sistemaordinamentale, civile e maggior ragione penale, e l’amplissima discrezionalità con la quale -nelle aule giudiziarie- è stata troppe volte applicata -“ricreata”- la categoria normativa della colpa si pone in radicale antitesi con il dettato della nostra Costituzione. E’ questo il motivo per cui la strada iniziata con il Decreto Balduzzi e proseguita con la Legge 24/2017 non può e non deve essere interrotta, tanto meno nel momento in cui gli operatori sanitari, a tutti i livelli, hanno più che mai bisogno di chiarezza e di certezza. Aggiungere, alla forzata esposizione al rischio per la propria incolumità personale, il potenziale assoggettamento a nuove campagne accusatorie, favorite dalla contingenza del momento appare, oltre che patologico, oggettivamente inaccettabile.

Inaccettabile per l’operatore sanitario, che -soprattutto in questo momento- deve essere messo in condizione di lavorare senza ulteriori preoccupazioni, avendo ben chiari quelli che sono i limiti della sua responsabilità; inaccettabile per la collettività, che habisogno di un comparto concentrato esclusivamente sulla cura. La soluzione del problema è -in realtà- molto semplice, precisa e immediata: un intervento legislativo che enuclei la condizione emergenziale quale contesto peculiare e assorbente e preveda nel suo ambito la rilevanza della “sola” colpa grave, definita secondo parametri coerenti alla situazione attuale, e il più possibile precisi e definiti. Il tutto, si tiene a ribadirlo, senza “scudare” alcunchè, ne emendare responsabilità inemendabili. A tal proposito preme rilevare come in questi ultimi giorni vi sia stato un grande fraintendimento intorno ad alcuni emendamenti sin qui presentati prima confusi con altri certamente meno chiari e, poi, tacciati tutti -senza alcuna discriminazione- di aver azzerato, come un colpo di spugna, le responsabilità delle strutture, tanto verso i pazienti quanto verso i “loro” medici.

I testi, tanto più in un momento delicato come quello attuale,non possono essere deformati ma vanno letti per quel cheeffettivamente e oggettivamente dicono.
E noi non possiamo fare altro che ribadire, come già sottolineato, che sia fondamentale limitare la responsabilità di tutti gli operatori coinvolti nella cura alla categoria dellacolpa grave finalmente qualificata con maggior precisione, in aderenza alla situazione storica del momento. Ed il fatto di accomunare le istanze di protezione di strutture e operatori, facendo fronte comune verso l’esterno, non può esser fonte di critica, anzi. Entrambe le categorie soffrono ed hanno sofferto, e, salvo il fondamentale limite della colpa grave, meritano di esser difese insieme, per consentir loro di continuare a garantire, insieme ed anche per il futuro, la sostenibilità del sistema salute. Perché contrapporsi, dunque? E perché contrapporre agli interessi del sistema sanitarioquelli dei pazienti?

La prima garanzia per questi ultimi risiede nella tutela dell’alleanza terapeutica. Di quell’alleanza che il Covid, a prescindere dalla retorica dell’eroismo, sembrava esser riuscita a ricompattare. Di quell’alleanza che sostiene ogni impegno ed allontana inutili difese, spingendo gli operatori della sanità a prendersi carico anche dei casi più difficili, ed anche a rischio della loro stessa salute.
Insomma, il sostegno sociale che si va cercando non può essere trovato (solo) nella via dei risarcimenti e dei contenziosi, ma soprattutto in quella della solidarietà. E’ proprio sul versante della solidarietà che si potrà pensarea nuove tutele, scevre da intenti accusatori o, peggio, intimidatori. Così, accanto all’auspicato e prioritario intervento normativo, potrà pensarsi ad un Fondo che, lasciando intatte le responsabilità più gravi, possa garantire, in aggiunta all’assicuratore sociale, i diritti degli operatori sanitari rimasti sul campo o comunque colpiti dal virus. Ed è comunque solo attraverso altri sistemi di indennizzo che, a conti fatti ed uscendo dalla crisi, si potrà forse prendere in considerazione l’idea, tutt’altro che facile, di fornire un sostegno alle altre vittime del COVID che non abbiano titolo per una qualificata azione di responsabilità.

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Fase 2, Ricciardi: “Sarà una riapertura graduale su base regionale”

Fase 2, Ricciardi: “Sarà una riapertura graduale su base regionale”

Intervista al presidente del Comitato Scientifico di Fondazione Italia In Salute e consulente del Ministro della Salute

Per una possibile graduale riapertura delle attività, si dovrà ragionare su base regionale. Le prime a riaprire durante la Fase 2 dovrebbero essere le regioni con nuovi contagi zero, come ad esempio, la Basilicata. Nelle zone del Nord al momento si rischierebbe una nuova propagazione talmente forte da poter tornare in 2-3 settimane ad una condizione simile a quella di febbraio.
A spiegarlo è Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, consigliere del ministro della Salute, membro italiano del Consiglio esecutivo dell’Oms e presidente del Comitato scientifico della Fondazione Italia in Salute.

Professor Ricciardi, a che punto siamo con i test sierologici? 


L’iter per il loro acquisto è già stato avviato con il mandato al commissario Arcuri per la gara di acquisto di 150.000 test che noi vogliamo siano affidabili sia sotto il profilo della sensibilità che della specificità. Cosa che verrà valutata attentamente da un’apposita commissione. Questi test serviranno a darci un quadro sull’interazione avuta in questi mesi tra virus e popolazione italiana dal momento che si prenderà in considerazione un campione rappresentativo per età, sesso e distribuzione geografica. Sarà uno studio fondamentale in termini di sanità pubblica perché ci darà una fotografia di quello che è successo nei passati mesi.

E per le altre persone?


Altro discorso è l’utilizzazione di test sierologici a scopo individuale. In questo caso va preso in considerazione un elemento di insidiosità rappresentato dalla numerosità di test presenti oggi sul mercato. Ad oggi, per accedere al mercato questi test necessitano solo di una certificazione europea da parte di organismi notificati sulla loro sicurezza ma non sulla loro efficacia. I risultati potrebbero quindi non essere pienamente affidabili, generando un certo numero di falsi positivi e falsi negativi.

Sappiamo che date certe non si possono fare. Ma immaginiamo che l’ora X della riapertura sia scattata. Cosa dobbiamo aspettarci? Riaprirà tutto oppure no?

Intanto dobbiamo accettare il fatto che il processo di riapertura avverrà in funzione dell’area geografica di riferimento. Questo perché in alcune aree la circolazione del virus è talmente intensa che, riaprendo, non si farebbe altro che ripropagare il virus in una maniera talmente forte che di fatto ci potremmo ritrovare in 2-3 settimane in una condizione molto simile a quella di febbraio. In altre Regioni, invece, si potrebbe iniziare a fare un discorso diverso.

Possiamo fare qualche esempio concreto? Qual è l’identikit della Regione tipo in grado di sostenere la fine del lockdown?


La Basilicata. Secondo le nostre stime, potrebbe essere questa la prima regione ad uscire dalle restrizioni in quanto già oggi è vicina alla soglia dei contagi “zero”.

E come?


La popolazione potrà ricominciare ad andare a lavorare, stando però attenta ai trasporti e incoraggiando quindi trasporti sicuri. Potranno essere riaperte le fabbriche, stando sempre attenti al rispetto delle distanze di sicurezza e all’uso di DPI. Si potranno poi riaprire alcuni esercizi commerciali meno essenziali, ma sempre tenendo alta l’attenzione riguardo lo spazio di queste attività. Si dovranno garantire condizioni tali che permettano di evitare affollamenti.

Ma solo in Basilicata?


Ovvio che no. Pian piano che i casi andranno ad azzerarsi anche nelle altre regioni, sarà possibile anche lì avviare graduali aperture. Il tutto ponendo una grande attenzione alla mobilità. Questa deve essere assolutamente controllata e su questo sarà cruciale il tracking. Senza il tracciamento tecnologico non si potrà tornare ad una condizione di normalità perché fino a quando non arriverà un vaccino avremo comunque una continuità di casi, anche se probabilmente sporadici. Il tracciamento sarà perciò fondamentale per poter isolare tempestivamente i soggetti positivi, individuare i contatti più stretti e lasciare una certa libertà al resto della popolazione.

Si potrebbe prospettare un possibile stop&go per le nuove aperture?


Molto probabilmente sarà così. Dovremmo intervenire tempestivamente intercettando i casi isolati, evitando così che possano ingenerarsi possibili focolai epidemici e che questi diventino epidemia. Per questo la strategia del testing dovrà essere correlata strettamente con quella del tracking, A mio modo di vedere questo è un pilastro ineludibile.

Secondo un recente report di Altems la sanità italiana sembra essersi divisa anche nella risposta all’epidemia. Chi ha puntato molto sull’ospedale chi su una risposta mista ospedale/territorio.

È vero, è esattamente ciò che è avvenuto. Del resto la competrenza sulla sanità è essenzialmente regionale. A volte si dice che in Italia ci sono 20 modelli sanitari diversi. A mio modo di vedere, in realtà, ne esistono molti di più dal momento che anche all’interno delle stesse regioni possiamo trovare modelli diversi anche tra singole Asl o Aziende ospedaliere. Questa è una governance che produce una grande variabilità e disuguaglianza. Dovremmo ripensarla prima o poi…

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Fase 2, Santaroni: “Il virus non sparirà, sarà una lunga convivenza”

Fase 2, Santaroni: “Il virus non sparirà, sarà una lunga convivenza”

Intervista al Direttore Generale dell’Ospedale San Giovanni Battista di Roma

Individuare Covid Hospital e riaprire gli ospedali per tutte le altre patologie. Questa l’urgenza per Anna Paola Santaroni, Direttore Generale dell’Ospedale San Giovanni Battista di Roma.

Dottoressa Santaroni, in vista di una prossima Fase 2, quali accortezze dovremo mantenere per evitare l’insorgere di nuovi focolai?

Sicuramente dovremo riaprire, ma dovremo anche tenere a mente che il virus non sparirà di certo a breve. Quella che si prospetta è una lunga convivenza con il Covid-19. Dovremmo quindi contiuare a mantenere determinati comportamenti, a cominciare dal distanziamento sociale, evitare raggruppamenti di persone, assembramenti. Ridurre così quanto più possibile il rischio di nuovi contagi.

E sull’uso di mascherine, pensa sarà obbligatorio?

Credo che il loro utilizzo debba essere obbligatorio, specie in alcuni contesti. Certo le Regioni dovranno organizzarsi per una loro distribuzione. E’ impensabile, infatti, sia imporre un obbligo se vi sono difficoltà nel reperirle, sia se le persone si vedono costrette a pagare prezzi davvero esorbitanti per acquistarle. La Protezione Civile ultimamente è riuscita a reperirne molte, ci vuole un coordinamento nazionale che coinvolga Regioni e Comuni per rifornire il più possibile la cittadinanza.

Dovremo anche aumentare il numero di tamponi?

Sicuramente dovrà aumentare il numero di tamponi, ma dovremo soprattutto riuscire a sottoporre le testone a test sierologici, appena questi verranno validati dall’autorità scientifiche.

Parlando del futuro del Ssn, come si dovrà organizzare nel post Covid?

Per la sanità, io ho idee molto chiare: non possiamo continuare a paralizzare tutto il comparto come in questi ultimi due mesi. I tumori, le patologie cardiache, gli ictus…tutto questo non si ferma a causa dell’epidemia di Covid-19. E, di conseguenza, l’intera sanità deve tornare a farsi pienamente carico dell’assistenza di queste persone. In sintesi potremmo dire che gli ospedali devono tornare a fare gli ospedali. Ad esempio, nella struttura dove lavoro ho riaperto. Ovviamente facendo filtro per proteggere operatori e malati, ma le persone devono poter essere curate, e non solo per il Covid-19.

Cosa suggerisce in questo senso?

Vanno istituiti dei Centri Covid, ogni Regione e grande città deve poter contare su dei veri e propri Covid Hospital dedicati a questa patologia. E poi sarà di primaria importanza riaprire gli ospedali con tutti i normali percorsi, dal Pronto Soccorso a tutte le altre specialità. Nell’emergenza tutto è giustificato, ma in vista di una ipotetica seconda ondata, stavolta dovremo farci trovare preparati, sia per quanto riguarda gli approvvigionamento sia sotto il profilo dell’organizzazione, senza più dover chiudere interi ospedali.

A suo parere dovremo in questo senso implementare anche il territorio?

Il problema vero è che i medici di famiglia hanno cercato di fare quello che potevano. Adesso bisogna strutturare anche una risposta territoriale. Bisogna potenziare e preparare le risposte del territorio, ma prima di tutto dovremmo aiutare e garantire la sicurezza ai medici di famiglia.

Il regionalismo può essere un limite in un contesto di pandemia come quello attuale?

La pandemia è mondiale, le scelte organizzative dovrebbero avere filo conduttore nazionale. Ogni regione in base alla tipologia dei proprio cittadini ha delle peculiarità. Però, forse, quando ci troviamo di fronte ad epidemie di questa portata, una linea guida nazionale potrebbe essere utile e facilitare a noi tecnici le decisioni da prendere.

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Coronavirus, Bove “Fase 2? Cultura della sterilità, attenzione all’igiene personale, utilizzo di mascherine”

Coronavirus, Bove “Fase 2? Cultura della sterilità, attenzione all’igiene personale, utilizzo di mascherine”

Il Primario Reparto di Chirurgia Ortopedica Istituto Neurotraumatologico Italiano “Fondamentale continuare a rispettare le norme”

Cultura della sterilità, attenzione all’igiene personale, utilizzo di mascherine e protezione dei luoghi di lavoro. Queste per Francesco Bove, Primario Reparto di Chirurgia Ortopedica Istituto Neurotraumatologico Italiano di Grottaferrata, le premesse necessarie per affrontare la Fase 2 legata all’epidemia di Covid-19. Oltre a questo, nel dopo emergenza, andrà rivista anche l’organizzazione dello stesso Sistema sanitario nazionale, a partire dalla formazione.

Professor Bove, si avvicina il 3 maggio, data di scadenza delle misure restrittive, e si parla con sempre più insistenza di Fase 2. Come possiamo immaginarla?

Per quanto riguarda la ripresa delle attività produttive già si è detto tanto, si dovrà continuare a porre molta attenzione al distanziamento sociale, così come all’uso di Dispositivi di protezione individuale. Io sono favorevole all’uso di mascherine. Non capisco questa battaglia sterile sull’importanza o meno del loro utilizzo. Sono necessarie per preservare gli altri e per difenderci.

Questo è anche un problema di cultura dal momento che non eravamo abituati a questo distanziamento sociale né al ricorso a DPI.

Dovremo continuare ad avere un grande senso di responsabilità nell’osservazione di queste norme. Tutti devono sapere che è necessario porre molta attenzione all’igiene, a prescindere dalle pandemie, a tutela della salute personale e comunitaria. Questo tema dovrebbe rientrare anche nei futuri programmi di formazione scolastica. Altro aspetto importante è quello delle visite dei parenti in ospedale. Questa è una norma anti igenica della portata incredibile.

Un comportamento che può mettere a rischio la salute di soggetti più fragili, viene in mente anche quanto accaduto nelle RSA.

Certo, abbiamo visto nelle RSA quello che può accadere. L’usanza italiana di andare a trovare i malati in ospedale, è una mancanza di rispetto per il malato stesso. C’è un problema culturale importante. Non a caso, anche l’Oms si è concentrata sulla semplicità di alcuni messaggi sull’importanza di norme basilari di igiene personale. Alla stessa maniera, è importante anche limitare questi comportamenti e usanze spesso radicate nella nostra cultura. Gli ospedali possono diventare pericolosi focolai. Sulle RSA, invece, il discorso è un po’ diverso.

Cosa intende?

Queste strutture non hanno personale altamente specializzato. Sono per lo più luoghi di aggregazione. E’ ovvio che in contesti di questo genere, con ospiti fragili e di età avanzata, basti una piccola scintilla per far scattare scenari pericolosi. Ci vuole una cultura della sterilità. Anche usare i guanti può essere pericoloso se non fatto correttamente. Allo stesso modo, bisogna capire come indossare correttamente le mascherine, altrimenti anche queste diventano inutili.

E sui test sierologici?

Dobbiamo poter contare su test sierologici attendibili. Questi saranno necessari per realizzare studi di sieroprevalenza. Solo così potremmo avere un’idea più precisa della reale circolazione del virus nel Paese negli ultimi mesi. Altro elemento importante sarà poi un sistema di tracciamenti per un intervento tempestivo sul territorio laddove necessario. Ci vorrà più di un anno prima di poter disporre di un vaccino.

Una volta conclusa l’emergenza, come dovrà organizzarsi il Ssn nel post Covid?

Ad oggi abbiamo sospeso e rimandato interventi non urgenti. In Fase 2 bisognerà creare percorsi intermedi, riprendendo in mano tanti interventi messi da parte in quest’ultimo periodo. Ma l’insegnamento principale che dobbiamo trarre da questa esperienza è l’importanza di investire nel Servizio sanitario nazionale. Ad oggi abbiamo anche un livello di spesa in rapporto al Pil tra i più bassi d’Europa. Potremmo poi sfruttare maggiormente anche il privato. Anche questa può essere una risorsa aggiuntiva per il Ssn.

In che modo?

Il pubblico si potrebbe occupare delle garanzie più importanti per il cittadino come l’emergenza e le grandi patologie: da quelle infettive alla grande chirurgia oncologica e grande chirurgia dei trapianti, fino ai grandi traumi. Il privato, invece, potrebbe occuparsi della parte elettiva, quella programmabile. Il privato rappresenta un costo fisso che non va incontro a deficit, e questo alleggerisce molto il mercato. Questo prestazioni elettive sono programmabili e potrebbero essere un’opportunità per liberare le liste d’attesa. C’è poi da affrontare il tema legato alla formazione.

Anche questa andrebbe modificata?

Basti dire che in Germania gli infermieri intubano i malati eseguendo un lavoro altamente specializzato. Noi abbiamo invece inseguito una formazione di tipo scolastico. In questa fase pensi come potevano essere utili infermieri che intubano. Un solo anestesista avrebbe potuto così governare 4 o 5 sale operatorie. Sarà poi necessario porre una maggiore attenzione ad un’adattabilità delle strutture. In Germania avevano una dotazione di partenza di 28.000 posti letto di terapia intensiva. Da noi siamo partiti con poco più di 5.000 posti. Reversibilità significa far funzionare determinati posti anche per altro, quando non saranno più necessari determinate finalità, facendosi però trovare pronti in caso di emergenza. Serve poi un cambiamento culturale che veda i medici migliori in prima linea.

Si spieghi meglio.

Dobbiamo riportare la centralità del medico nel sistema. La sanità si è troppo concentrata negli ospedali e si è abbandonato il territorio. Negli ospedali ci si cura, ma l’epidemiologia si fa sul territorio. Anche lì ci vuole una rivoluzione, il medico di base è sottostimato. Questo è uno dei tanti problema che dovrà essere affrontato. Dobbiamo far sì che le opinioni degli esperti tornino a contare. Ad oggi troppe decisioni sono prese solo per interessi di tipo politico e non tecnico.

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Coronavirus. Confcultura chiede alla FIIS un prontuario di sicurezza sanitaria per i musei

Coronavirus. Confcultura chiede alla FIIS un prontuario di sicurezza sanitaria per i musei

Presidente Asproni: "Per la riapertura abbiamo bisogno di linee guida per offrire ad operatori e visitatori luoghi d'arte sicuri"

“Quello che ci aspetta è un cambiamento epocale.” Ne è convinta Patrizia Asproni, presidente di Confcultura, associazione che rappresenta le industrie del settore culturale. Per aiutare i musei italiani ad affrontare la sfida della riapertura nella fase 2 dell’emergenza Coronavirus ha chiesto alla Fondazione Italia in Salute l’elaborazione di un “prontuario di sicurezza sanitaria”, per permettere sia agli operatori che ai visitatori di usufruire degli spazi dell’arte in totale tutela .

Presidente Asproni, da dove nasce l’esigenza di un prontuario?
Confcultura rappresenta le imprese che operano nel settore dei beni culturali, molte delle quali gestiscono la vasta gamma dei servizi all’interno dei musei: siamo il front office per il pubblico, il contatto, anche fisico con i visitatori. Parliamo delle biglietterie, dei bookshop delle visite guidate ,del guardaroba e in alcuni casi anche della caffetteria e ristorazione. Una molteplicità variegata che ha necessità di linee guida semplici e chiare per orientare il personale e l’utenza, quando i musei riapriranno.

Perchè avete deciso di rivolgervi a Fondazione Italia in Salute?
La missione della Fondazione è quella di fronteggiare le grandi emergenze ed è in prima linea nella task force del Governo per contrastare il Coronavirus: ha autorevolezza ed è super partes. Chi meglio?

Il prontuario vuole avere un respiro nazionale?
Sì, la nostra idea è proprio quella di condividerlo con il governo per collaborare ed offrire soluzioni condivise.

Quando i musei riapriranno non potranno farlo come prima della pandemia Covid-19.
No, per questo servono linee guida: quale saranno le regole cui i visitatori dovranno attenersi ? Si dovrà sicuramente mantenere la distanza tra le persone, ma quale è la densità per metro quadro affinché il pubblico si possa muovere in maniera sicura per se è per gli altri all’interno degli spazi Museali? Quale sarà la frequenza di sanificazione degli spazi ? Andranno sanificati anche i metal detector o non importa? Come organizzare le biglietterie? E i bagni?
Ci servono linee guida generali e suggerimenti, che poi ogni museo calerà nella propria realtà : ad esempio, gli Uffizi, che avevano anche 10 mila visitatori al giorno, avranno necessità e applicazioni diverse da dimore come Palazzo Davanzati o da strutture open space come il Museo Marino a Marini .Un altro caso ancora sono i siti archeologici che hanno biglietterie al chiuso ma grandi spazi fruibili all’aperto.

Come potranno convivere i musei con le misure anti il Coronavirus?
Sarà un cambiamento epocale, una sfida soprattutto dal punto di vista del re-design: i nostri musei sono collezioni stratificate nei secoli, dovranno mantenere il sapore del tempo e nello stesso tempo garantire visite in sicurezza. Sarà un cambiamento anche per la tipologia dei turisti e la fruizione dei musei: non ci potranno più essere le “truppe cammellate” che entrano nei musei con la pretesa di vedere tutto in poco tempo. È tempo per recuperare una dimensione da “slow Museum” , un godimento delle opere d’arte realmente immersivo . E in tutta sicurezza.

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Coronavirus, Fondazione Italia in Salute a Conte: “Chi risarcirà i 17mila medici contagiati? Serve subito un fondo ad hoc”

FIIS a Conte: “Chi risarcirà i 17mila medici contagiati? Serve subito un fondo ad hoc”

Il presidente Gelli: "Serve inoltre una nuova norma per tutelare gli operatori sanitari che rischiano la propria vita nell'emergenza"

“Ad oggi contiamo 16.991 gli operatori sanitari contagiati (fonte ISS) e, solo tra i medici 143 decessi a causa dell’epidemia di Covid-19. Nel Decreto Cura Italia approvato in Senato, è stato inserito un Fondo di solidarietà con una dotazione iniziale di 10 milioni di euro per medici, infermieri ed operatori socio sanitari vittime del nuovo coronavirus. Ma questo non basta. Il Governo istituisca un Fondo ad hoc, con risorse extra SSN, per gli indennizzi di quegli operatori sanitari rimasti sul campo o comunque colpiti dal Covid-19 nello svolgimento del loro lavoro”. Questo l’appello lanciato da Federico Gelli, presidente della Fondazione Italia in Salute che ha deciso di scrivere al presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

“Accanto a questo, resta poi la necessità di una norma che tuteli quegli operatori sanitari che stanno mettendo a rischio le loro vite per salvare quelle dei cittadini. Non dobbiamo poi dimenticare le Aziende sanitarie, con l’obiettivo di salvaguardare la futura sostenibilità della sanità pubblica. Il Covid-19 ci ha posto di fronte ad un’epidemia del tutto nuova che ha fatto saltare gli schemi della responsabilità professionale dettati dalla legge 24/2017. In questa emergenza non si può infatti tener conto di linee guida o buone pratiche che possano fungere da stabile parametro di valutazione dell’impegno di cura e di una responsabile presa in carico dei pazienti. Quest’emergenza scompagina ogni organizzazione, costringendola ad inseguire urgenze che stentano a consolidarsi in esperienze o in regole. E tra questi contorni mobili la caccia al responsabile rischia di diventare, negli attuali scenari di crisi economica, un esercizio sin troppo facile, di cui proprio non sente il bisogno e che anzi rischia di sfiduciare coloro i quali andrebbero invece sostenuti in questa terribile sfida”.

“Serve subito una norma, dunque, che dia un segnale e che sappia trattare questa emergenza come tale, fornendo strumenti idonei a risolvere le straordinarie criticità proprie di una crisi sanitaria mondiale senza precedenti. Strutture sanitarie e operatori soffrono ed hanno sofferto, e meritano di esser difese insieme, per consentir loro di continuare a garantire, anche per il futuro, la sostenibilità del sistema salute. Allo stesso tempo va però affermato con la stessa chiarezza che la responsabilità, quando seria, non potrà essere emendata da nessuno, neppure da una norma. Ma il sostegno sociale che si va cercando non può essere trovato (solo) nella via dei risarcimenti e dei contenziosi, ma soprattutto in quella della solidarietà.”

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