Il decalogo di “San Martino” 2019: la responsabilità sanitaria ed il danno secondo la Cassazione

La Legge Gelli ha inciso sulla responsabilità arginando una deriva accusatoria

La legge 24/2017 (cd. Legge Gelli) ha certamente inciso sulla disciplina della responsabilità sanitaria, perseguendo un obiettivo di fondo: quello di spostare il “fuoco” e arginare una certa deriva accusatoria che ha, nel corso degli ultimi decenni, posto i professionisti e gli operatori della sanità in una situazione di disagio tale da amplificare diseconomie di scala e stimolare un patologico ricorso alla medicina difensiva. In nome di una nuova “sanità responsabile” la riforma del 2017 ha dunque mirato più alla prevenzione ed alla gestione del rischio clinico che alla repressione dell’eventuale errore medico. Il tutto con l’obiettivo di garantire la miglior sicurezza delle cure, il ripristino di un’autentica alleanza terapeutica e, con essa, l’auspicata deflazione di un contenzioso che, di certo, non giova al sistema. In definitiva, e con parole semplici, può dirsi che dopo la legge Gelli lo statuto della professione sanitaria è cambiato un po’ in meglio per gli operatori del settore e soprattutto per i cd. professionisti “strutturati” (intendendosi per tali coloro i quali svolgono la loro attività all’interno delle strutture sanitarie). Ciò vuoi sotto il profilo del regime della responsabilità loro applicabile che per le nuove regole in tema di rivalsa nonchè per la disciplina del danno risarcibile. Senza per questo penalizzare il paziente, che può confidare, oggi più di ieri, sul dovere di tutti gli operatori di garantire la sicurezza delle cure; dovere che la nuova legge pone come baluardo di un sistema sostenuto anche dall’introduzione di un nuovo obbligo di copertura assicurativa degli eventi avversi.

A fronte di un tal cambio di assetto, la giurisprudenza ha cominciato a reagire prendendo atto, da un lato, della ratio di fondo della novella (ad esempio in tema di onere della prova del nesso causale); dall’altro, prendendo posizione su alcuni dubbi interpretativi sollevati dalla legge (ad esempio confermando definitivamente che la legge ha escluso la responsabilità contrattuale dei medici strutturati o, ancora, di alcune questioni di diritto intertemporale). Più in generale, la riforma ha sollecitato l’interesse della Cassazione a provare ad inquadrare sistematicamente il nuovo corso, cogliendo l’occasione per provare a disegnare a tutto tondo quel nuovo statuto che la legge Gelli ha contribuito ad imbastire, integrandolo anche in materie dalla stessa non direttamente toccate. E’ in questo contesto che hanno visto la luce le dieci decisioni della suprema Corte di Cassazione che erano state annunciate dopo le udienze dei primi di luglio di quest’anno e che sono state depositate in una data “simbolo” per la responsabilità civile: l’11 novembre (nn. 28985-28994). Benché si tratti di sentenze che originano da ricorsi approdati alla terza sezione della Corte (demandata alla regolazione delle controversie in materia di responsabilità e danno), la notizia è stata accompagnata da una attesa tale da attribuire loro una valenza nomofilattica di portata generale, quasi si trattasse di decisioni quadro destinate a divenire pilastri dello specifico settore della responsabilità civile da fatto sanitario.

Ed in effetti – al di là del fatto che alcune di quelle decisioni sono state decise all’esito di una pubblica udienza (trattando di temi ritenuti di particolare rilevanza, ex art. 375 cpc) – non vi è dubbio che la Cassazione, nel depositarle tutte nello stesso giorno, per di più in un data che non può esser stata scelta a caso, abbia voluto conferire loro, nel complesso, una peculiare valenza orientativa. Certo, il materiale è copioso ed abbondante. Forse troppo, verrebbe da dire, in un’epoca in cui la comunicazione ha da esser semplificata. Quel che comunque emerge in modo chiaro da cotanto materiale è la consapevolezza, ormai raggiunta trasversalmente dal legislatore e dalla più alta giurisprudenza, che la disciplina del danno alla persona e in particolare la materia della responsabilità sanitaria siano temi che non possano essere affrontati in modo parcellizzato ma in un’ottica di sistema che tenga conto delle esigenze di sostenibilità e di protezione che governano il settore. In questo senso, la legge 24/2017, dalla quale integrale attuazione oggi non si può più prescindere, disegna traiettorie convergenti in cui responsabilità, danno ed assicurazione compongono – od almeno dovrebbero comporre – un quadro unitario ed armonico.

Nello specifico, le dieci sentenze, mirano, per un verso, a risolvere taluni contrasti in essere – prendendo posizione chiara e motivata – e per l’altro confermano orientamenti già affermati in giurisprudenza (come per esempio quello sulla personalizzazione del danno non patrimoniale). Ma non mancano alcune difficoltà di coordinamento tra una pronuncia e l’altra, alla luce delle quali è lecito attendersi l’accendersi di nuovi dibattiti critici. I temi trattati riguardano aspetti cardinali nel sistema della responsabilità sanitaria tra i quali: l’onere probatorio nella responsabilità contrattuale sanitaria (nn. 28989, 28991, 28992), la rivalsa della struttura verso il medico (n. 28987), la lesione del diritto all’autodeterminazione terapeutica (sentenza n. 28985), i limiti alla applicazione retroattiva delle leggi “Balduzzi” e “Gelli” (nn. 28990 e 28994), la liquidazione del danno patrimoniale e non (n. 28988). Per una più dettagliata sintesi delle questioni decise dalla Cassazione nel suo decalogo si rinvia alla nota di Maurizio Hazan e Daniela Zorzit che potrete leggere cliccando qui.